domenica 21 novembre 2004


Il coup de theatre pubblicitario. (Antitesi)

Ma la pubblicità, quando cita, non può essere senza speranza. La pubblicità può e deve dare speranza, salvezza, riscatto. Comprare e consumare sono, in fondo, un modo di stare al mondo: un barlume di luce nelle tenebre.
Solo uno scrittore può permettersi il lusso del nichilismo senza ritorno. Il pubblicitario no.
E infatti, il 1984 della pubblicità, per quanto cupo e ossessivo, tetro e uniforme, viene attraversato da un lampo improvviso ma definitivo.
Una splendida ragazza ribelle lancia una pesante mazza contro il Gran Fratello che blatera dal megaschermo. E’ l’inizio della fine.
Un gesto di ribellione luddistica che dichiara la liberazione dalla tirannia del controllo.
In realtà (e questo è l’ingenuo destino della pubblicità), il gesto preannuncia (tecnicamente parlando è un teaser) l’avvento di nuovi hardware che promettono più partecipazione e democrazia. I responsabili Apple non minimizzano a proposito del Mac, anzi: They think it is more than just another product; they think it will change the world.(1) Il Mac produrrà knowledge (e quindi power) for the rest of us. (Fa niente se oggi dobbiamo misurarci con gli effetti paralizzanti dell’overdose cognitiva, con sindromi da iperconnessione mediatica o, al contrario, con ansie da disconnessione…ma questa è un'altra storia).
E’ il 1984: Apple lancia il Mac. Con una campagna ben fatta, ben articolata e multimilionaria. Un successo straordinario; una mazzata alla concorrenza, tutt’altro che metaforica.
Così le terribili paure orwelliane sfumano, scaricandosi in click liberatorio, in un’interfaccia user friendly. E i fantasmi di una generazione sconvolta dalla guerra (e dalla propaganda) si trasformano negli attivi di bilancio di una multinazionale dell’informatica.
Per il resto: niente da dire sullo spot più celebrato e analizzato del mondo.

(1) Chiat/Day: The First twenty Years, by Stephen Kessler, Rizzoli New York, 1990.


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