mercoledì 20 luglio 2016

Gli occhi di Cécile, di Oriana Guarino (un libro per l'estate e anche dopo)

Già nel 2012 avevo ospitato la “profe”, scrittrice e filosofa, Oriana Guarino. Oggi ho il piacere di segnalarne il nuovo romanzo: Gli occhi di Cécile, pubblicato da Robin Edizioni (disponibile sia in carta sia in ebook).

Il romanzo, in effetti, non è un romanzo. Cioè non si sviluppa come una storia, con un plot e degli accadimenti legati e conseguenti. Sono, piuttosto, dei racconti divisi in tre periodi della vita di Cécile: l’orfanotrofio, la vita da ragazza e quella di donna.

Pur in assenza di trama, la narrazione è fluida e convincente. E si sente il fil rouge emotivo che la percorre e la unisce indissolubilmente: lo sguardo di Cécile.

Uno sguardo che sempre cerca il senso nelle cose, nei comportamenti, nei rituali religiosi e laici. Un’ingenua ostinata aspettativa che non s’infrange contro i muri di un orfanotrofio né di fronte alle delusioni dell’amore o alle fruste abitudini dell’esistenza adulta.

Non comune la sensibilità che Oriana Guarino mostra nella prima parte del libro, il periodo trascorso in orfanotrofio. Qui Cécile monologa con Spezzi, la sua matitina bambola: ad essa la bimba racconta ciò che gli occhi vedono e interpretano: cose belle e brutte, persone positive e umanità indegna.

E racconta anche la contentezza per la scoperta di nuove parole. Parole che arricchiscono il vocabolario e la sua identità, conquiste che infondono fiducia, forza, fantasia.

Notevoli anche l’equilibrio e capacità di variare i toni a mano a mano che la piccola Cécile diventa grande e affronta altri ambienti e relazioni umane e sentimentali.

Gli occhi di Cécile sanno guardare il mondo, sopportarlo con leggerezza e scovare un briciolo di bellezza dovunque, anche attraverso il dono dell’ironia.

Un piccolo libro, bello.

sabato 18 giugno 2016

Un incontro d'altri tempi (tra David Herzbrun e Helmut Krone, DDB)

Helmut Krone
Mi chiesero di fare un annuncio con Helmut Krone.
Ho dimenticato per che cosa, forse era un pro bono tipo Settimana Nazionale delle Biblioteche, di certo non ho dimenticato il mio primo incontro con Helmut.

Avevo sentito un sacco di cose su di lui; il suo lavoro per Volkswagen e Polaroid nei giornali era già leggenda. La sua brillantezza era pari solo alla spigolosità del suo carattere.

Quando dissi a un paio di colleghi che dovevo lavorare con Krone, mi avvisarono di prepararmi a franchezza, rudezza, arroganza, intransigenza, crudeltà, e testardaggine, e di prepararmi a farlo per tanto tempo, perché Helmut era così compreso nel suo lavoro da essere l’art director più lento del mondo.

Con cuore leggero, andai a incontrarlo.

Krone era un uomo sulla trentina, la tipica faccia germanica con forti ossa parzialmente nascoste da un accenno di rotondità.

Indossava un convenzionalissimo completo marrone Ivy League taglio spalla naturale con camicia bianca e cravatta regimental. Un piccolo tavolo da disegno al centro del suo ufficio bianco e spoglio era l’unica evidenza che non fosse un account executive.

Mi presentai, ed egli mi fece un saluto educato in un modo che lasciava intendere che lo aveva imparato a memoria per l’occasione ed era orgoglioso di aver ricordato tutte le parole.
 

Sedetti e stetti zitto. Mi avevano detto di non aver fretta, di non fare conversazione, e di non prendere l’iniziativa. Guardai Helmut. Lui guardava il soffitto. Poi guardò fuori dalla finestra verso una parete di fronte. Io guardai il soffitto. Poi toccò a me guardare fuori dalla finestra mentre Helmut guardava il pavimento con meticolosità. La cosa andò avanti per un bel po’. Cominciavo a innervosirmi. Helmut appariva calmo e a suo agio.

Dopo una mezz’ora così, cominciavo a sentirmi un tantino panicato. Forse lui aspettava che io dicessi qualcosa, proponessi un’idea, o tentassi un titolo? Dopotutto, il copy ero io, giusto? Cominciai a pensare seriamente all’annuncio, cercando una maniglia, un modo per aprire la conversazione.
David Herzbrun

Altri quindici o venti minuti di silenzio durante i quali io provai ed eliminai una serie di idee. Alla fine, sul punto di disperarmi, mi venne un’idea che pensai di proporre. Mi schiarii la voce.
“Ummm. Penso di avere un’idea.”


Helmut mi guardò negli occhi per la prima volta. Poi, con grande ponderazione, mi disse:
“Che fretta hai?”



Tratto e tradotto da: Playing in traffic on Madison Avenue - Tales of advertising's glory years, David Herzbrun, 1990, Dow Jones-Irwin.


Altro su Helmut Krone, in Bill Magazine: Il punto di vista di Helmut Krone. (Qui la versione inglese dell'intervista, completa.)

E questo è il pluripremiato commercial Volkswagen Beetle Snowplow (1963), scritto da David Herzbrun (e Bob Levenson per l'adattamento americano)*, DDB.





*Come spiega Herzbrun nel libro, lo spot era stato studiato e realizzato per il mercato tedesco, dove DDB aveva aperto una sede a Duesseldorf alla fine del 1960.
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