sabato 23 gennaio 2010

In pratica -Come capire se abbiamo scritto un buon titolo, un buon annuncio, ecc ecc

mercoledì 20 gennaio 2010

La pubblicità secondo Tim Delaney (2)



Avevo già presentato un annuncio scritto da Tim Delaney, questo sopra è un altro classico, per Timberland.

Trovato nella creative gallery della Newspaper Marketing Agency.

mercoledì 13 gennaio 2010

Storie -"Sono solo un modesto designer"

Per ricordare Bob Noorda, copioincollo dall'ottimo sitographics:

Lei è considerato un maestro indiscusso per quello che riguarda il visual design e la progettazione delle corporate identities, soprattutto per la capacità di condensare interi universi aziendali e istituzionali in un logo o in un progetto grafico. Se la sente di rivelare i segreti, le "regole d'oro" per progettare un logo di successo?

Regole... in realtà non ci sono regole. O meglio posso rivelarvi quello che ho imparato e ho messo in pratica in tutti questi anni, frutto dell'esperienza. Un logo deve essere innanzi tutto memorabile e memorizzabile, cioè deve "restare nella mente". Deve essere quindi semplice, intuitivo, diretto e razionale. Tutto questo è possibile solo studiando a lungo e con estrema attenzione i valori sottostanti alla realtà che vogliamo descrivere, quello che sta dietro alla marca, considerarne minuziosamente ogni aspetto. Un logo ben disegnato nasce da un vero studio, da un'analisi estremamente dettagliata. Non occorre cercare per forza la novità, la sorpresa a tutti i costi, l'originalità, l'effetto. Occorre invece trovare l'idea forte che sta dietro a un fatto, a un evento, a una marca, quello che la rende unica e riconoscibile. Prenda il logo che ho ideato per Enel: c'è l'idea del sole, dei raggi radianti, dell'energia, ma di un'energia che è ben piantata in terra, che, come un albero, ha salde radici. Ecco. Questo è progettare il logo: trovare l'idea forte e riprodurla con vigore nel segno, esprimendola in modo che sia riconoscibile.

Durante la conferenza ha fatto un'osservazione particolarmente significativa: ha detto che le sue realizzazioni sono state sempre studiate per resistere nel tempo, per durare il più possibile. Ecco: nell'era di Internet, di una comunicazione frenetica, sempre più incalzante, sempre più effimera, è cambiato qualcosa nel design? Occorre per così dire adeguarsi ai tempi rapidi della rete, o piuttosto ha ancora più valore un design pensato per un ciclo di vita duraturo?

Io non ho mai creduto nel design fatto al volo, in chi fa decine e decine di schizzi al giorno, oppure butta là due segni in fretta, uno dietro l'altro e dice: "Grande! Ecco l'idea! Questa sì, questa no, questa ancora sì...." Non è il mio modo di fare design. Un grande design richiede tempo e fatica. Ripeto: una buona idea è frutto di lunghe riflessioni e di uno studio meticoloso del problema. No, decisamente il design pensato per durare, quello progettato e meditato a lungo, quello "pensato bene", rimane, credo, il migliore design.

martedì 12 gennaio 2010

Creatività e dintorni 55 -Come lo sai? Come lo fai?

Una bella serie di interventi che indagano la creatività. Qui per esempio parla il filosofo Cinzio Lombardi.



Su YouTube le altre clip della serata sulla creatività 'COME LO SAI ? COME LO FAI ?' organizzata a Bologna, il 25 maggio 2008 da Terzadecade/L'aquila Signorina.

mercoledì 23 dicembre 2009

Auguri... il 2009 l'abbiamo passato

domenica 20 dicembre 2009

La pubblicità secondo Brassens/Svampa

Les trompettes de la rennomée, di Georges Brassens, nella versiùn milanesa di Nanni Svampa: Tromboni della pubblicità. Buon ascolto!

martedì 15 dicembre 2009

Da leggere -I quartari, effimeri e gergali

Saccheggio ancora Luciano Bianciardi, dalla raccolta Chiese escatollo e nessuno raddoppiò Diario in pubblico 1952-1971, Baldini & Castoldi. L'articolo s'intitola I Quartari: ne copioincollo un pezzo:

(...)

Le attività terziarie sono oggi le meglio retribuite: così si spiega l'onda crescente e continua, dalle primarie alle secondarie (spopolamento della campagna) e da queste alle terziarie. Ma il flusso non pare che si fermi qui. Stiamo infatti assistendo al sorgere di attività nuove, mai finora esaminate scientificamente, e che noi chiameremo quartarie.Trattandosi di un'indagine completamente nuova, non è facile una definizione delle attività quartarie. Sarà quindi bene procedere empiricamente indicando alcune fra le più note e più fortunate professioni nuove.

Il posto d'onore toccherà alla professione del pubblicitario: costui non produce, non trasforma, non scambia, ma stimola, aiuta, consiglia. “Tecnico pubblicitario”, si legge infatti nell'ordinamento della scuola apposita, “è colui che è in grado di prestare la propria consulenza per la migliore riuscita di qualsiasi manifestazione pubblicitaria.” (La professione di chi insegna in detta scuola, di chi consiglia i futuri consulenti, di chi aiuta i futuri aiutatori e sollecita i sollecitatori dell'avvenire, potrebbe classificarsi quintaria, ma per il momento lasciamo correre).

Subito dopo ecco “l'industrial designer” (non si è ancora trovato un termine italiano che traduca con esattezza dall'americano) che fa da pronubo alle nozze fra industria e arte. Il “public relation man” (manca anche in questo caso l'equivalente italiano) teorizza invece le strette di mano e le pacche sulle spalle. C'è il tecnico dell'imballaggio, specialista nell'incartare alcunché, dalle caramelle alle locomotive. L'arredatore, il grafico e il vetrinista teorizzano anch'essi: rispettivamente casseruole, coperte e tende. A tutti e tre spetta ormai il titolo di “architetto” (e intanto non ci son case a sufficienza). Difficile dire se presti attività quartaria anche il regista di teatro. Ci sarebbero poi i ricercatori di mercato e i ricercatori motivazionali, ma sulla loro professione non abbiamo fino ad oggi sufficiente documentazione.

Tutte queste professioni hanno almeno due aspetti in comune. Uno esterno, ed è il linguaggio, incomprensibile ai profani. Sull'esempio sommo, forse, della chiesa cattolica, che non ha mai smesso il latino. Per esempio, nella lingua degli arredatori “piano d'appoggio” significa “tavolo”; mentre i “public relation men” dicono “follow up” per significare ”batti il ferro quando è caldo”.

Il gergo dà a queste professioni un alone misterioso, secondo una tecnica non ignota agli stregoni delle tribù primitive. L'altra caratteristica comune a suddette attività quartarie è questa: non esistevano dieci anni or sono e potrebbero cessar di esistere, senza danno per nessuno, tranne che per gli “architetti”, che rimarrebbero senza lavoro.

Come tutte le professioni, anche queste di tipo quartario sono difficili: bisogna imparare il gergo, farsi credere indispensabili e trovare qualcuno che lo creda. La fatica pare che non sia poca.

L'Avanti!, 19.5.1959