È inutile spiegarglielo, ad Henri. E dire che era stato lui, un giorno, a suggerirmi quell'idea devastante, al mio ritorno da un viaggio a Bangkok per Air France Magazine. Aveva alluso al fatto che i miei reportage fotografici da Pechino, Milano o Santiago del Cile, per quanto splendidi, fossero in realtà funzionali a uno scopo superiore: vendere dei viaggi turistici ai dirigenti d'azienda.
"E se guardi bene, caro mio", aveva aggiunto, "in quasi tutti i tuoi incarichi c'è qualcosa da vendere o da promuovere. Credi di dedicarti alla conoscenza, alla cultura, o anche semplicemente alla bellezza poetica, ed ecco che pouf, ti ritrovi a fare della pubblicità.
Io ero rimasto a bocca aperta. Dentro di me si era spezzato qualcosa. Vero, mi avevano chiesto di aggiungere del blu nelle mie fotografie per evocare il colore ufficiale del marchio del cliente. Sul momento però non avevo dato importanza alla cosa, pensavo solo a fare il mio lavoro al meglio.
Henri aveva steso sul mio entusiamo un velo che non si sarebbe mai più dissolto. Talvolta mi interrogavo sul significato dei tanti ritratti fotografici che mi venicvano commissionati. All'improvviso quell'esibizione narcisistica ha cominciato a infastidirmi. Che cosa stavamo vendendo al lettore con tutte quelle fotografie? Dei viaggi, degli spettacoli, delle opinioni? Nelle riviste più patinate era diventato impossibile distinguere le pagine di moda da quelle della cultura, i reportage giornalistici dalle pubblicità. Si voleva davvero arricchire il lettore o semplicemenete confezionargli al meglio un pensiero prestabilito? Il lettore di riviste e il passante della strada si chiedevano mai a quali interessi fosse funzionale l'ondata di ritratti giornalistici, di informazioni, di foto di moda o di pubblicità, di primi piani di politici, cantanti, attori, con quelle pose sentimentali, quegli sguardi dalla sincerità costruita, artefatta, dalla virtù ostentata, quei faccioni spaventosi ritoccati all'infinito?
L'introduzione del digitale non aveva fatto altro che accelerare il mio disamore per l'uso della fotografia. Ogni ritrovato tecnologico non è necessariamente un progresso.
Comunque mi ero impegnato a imparare le nuove funzionalità offerte dal digitale, altrimenti, così si diceva, noi fotografi tradizionali saremmo scomparsi. Avevo seguito un corso di formazione sul programma di Photoshop offerto dalla mia agenzia, dove avevo l'impressione che più che arricchirmi di conoscenze autentiche mi stessero rimpinzando, come le oche nutrite con mais transgenico, di parole inglesi, appartenenti alla lingua dei vincenti e del vasto mercato mondiale. Nell'era analogica gli strumenti ti costringevano a dominanrli, e gli insuccessi erano uno stimolo a individuare delle strategie, delle forze che mi rendessero ogni volta più padrone del mezzo. Scoprendo poco a poco come vincere le resistenze che la materia analogica disseminava sulla mia strada più che il fotografo era l'uomo a migliorare. L'universo fotografico analogico, semplificato dall'intelligenza artificiale, democratizzato dai produttori, riduce invece l'efficacia e il merito di un buon risultato.
Una volta di più Henri mi aveva messo in guardia. Avrei finito per perdere tutto. Io non gli credevo. In realtà con l'avvento del digitale nella fotografia ho perso una cosa sola, ma enorme: il piacere.
Da: La mattina scrivo, Franck Courtès, Playground Libri, 2026.
Dal libro, tra romanzo e memoir, è stato tratto il film con la regia di Valérie Donzelli, nel 2025.