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venerdì 12 agosto 2022

La pubblicità secondo Sempé (Tchic super deodorant)


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 "Va bene. Va molto bene, ma bisogna far capire in qualche modo che è anche di sinistra."

 

Fonte immagine: artnet.

mercoledì 15 febbraio 2017

Analisi quali-quantitativa di Cappuccetto Rosso di Enzo Baldoni




















Un pezzo geniale di Enzo Baldoni che prende di mira le ricerche di mercato, ironizzandone linguaggio e strumenti.

Trovato in questo librino trovato su ebay.




















ps
Potete scaricare l'articolo di Enzo Baldoni qui.

lunedì 23 gennaio 2017

Uno spot per Dante - La pubblicità secondo Luigi Malerba

Luigi Malerba, scrittore "maliziosamente ironico" aderente al Gruppo 63, per alcuni anni fece anche il pubblicitario. L'ho scoperto recentemente incappando in questo suo pezzo pubblicato su la Repubblica del 21 maggio 1994. Lo ricopio integralmente (ma se preferite leggere la fonte, cliccate qui).

Pubblichiamo l'intervento che Luigi Malerba ha pronunciato ieri al Salone del libro di Torino al dibattito su "Letteratura e pubblicità: il testo e il messaggio".

La pubblicità è l'anima del commercio, diceva un vecchio slogan. Io vorrei affermare qui che la pubblicità è l'anima della letteratura. Dal momento che è pubblicato, un libro è un oggetto che bisogna cercare di vendere. La lettura non è indispensabile. Una volta ho teorizzato il non-lettore, determinante per il successo di qualsiasi libro.

Quando un libro è entrato in una casa finisce che qualcuno lo leggerà e se non lo legge ha fatto in ogni caso un buon acquisto perché il libro è un oggetto dove non c' è relazione fra il prezzo e il valore: con quindici o ventimila lire, ma oggi anche con mille lire, si compra la Divina Commedia. 


Negli anni Cinquanta-Sessanta mi sono occupato attivamente di pubblicità commerciale. Ho fondato una società pubblicitaria e per cinque anni ho fabbricato Caroselli televisivi e shorts pubblicitari da proiettare nelle sale cinematografiche per vari prodotti industriali, dalla benzina Supercortemaggiore (quando il poeta Leonardo Sinisgalli era capo dell' ufficio pubblicità dell' Eni), alle caramelle Dufour, ai prodotti Gazzoni con Fred Buscaglione che cantava, parodiando una sua canzone famosa, "eri piccola, piccola così" tenendo fra le dita una Pasticca del Re Sole. 

Ho capito da quella esperienza che nella pubblicità commerciale funziona meglio di ogni altro il meccanismo della associazione di idee, o nella pubblicità visiva, della associazione di immagini (pubblicità analogica). 

Se chi succhia una caramella di una certa marca possiede (nello schermo) una lussuosa barca a vela, il futuro cliente penserà come minimo che queste sono caramelle di lusso perché le consumano persone ricche e eleganti e si dirà: voglio essere in buona compagnia. Servirà a ben poco dire ai futuri acquirenti comprate queste caramelle perché hanno un buon sapore, perché non contengono coloranti, perché sono fatte con prodotti di prima qualità. Non è gran che dire che sono dolci, meglio dire che vi renderanno dolce la vita. 

No dunque alle argomentazioni, sì alle suggestioni. 

Nessuno allora mi ha offerto di fare la pubblicità di libri, ma in quel caso avrei sperimentato volentieri l'idea di offrire sogni spropositati. Nella pubblicità dei libri di solito si promettono emozioni, qualità della lettura, divertimento, (pubblicità argomentativa) tutti piaceri comuni che subito il futuro lettore pensa di potere sostituire con un pranzo al ristorante insieme agli amici. 
Mai mettersi in concorrenza con gli spaghetti. O con altri piaceri che si possono conquistare senza impegnarsi nella lettura che è sempre, oltre che un piacere (e nemmeno sempre lo è) è anche una fatica. 

Io credo che la pubblicità dei libri dovrebbe sforzarsi di far sognare il futuro lettore. 

Promettere, senza timore di esagerare, che la lettura aumenta l'intelligenza e la memoria (e lo crederanno subito i più cretini), offrire il sogno, la felicità, la bellezza - anche il Paradiso se non lo avesse già proposto il Cristianesimo - come effetti della lettura senza timore di esagerare. 

Soprattutto associare alla lettura di un libro (o meglio all' acquisto perché la lettura come ho già detto non è indispensabile) immagini di sogno come facevo io con le caramelle Dufour, come fanno le industrie automobilistiche, che di pubblicità se ne intendono, o come fa Barilla con il Mulino Bianco. 

La lettura dona la felicità e in qualche caso cancella le rughe. Chi può dimostrare il contrario? (pubblicità iperbolica). 

Sono invece contrario al terrorismo argomentativo tipo Benetton che fa parlare della pubblicità stessa e non del prodotto. I manifesti-shock di Benetton hanno fatto parlare molto della pubblicità, ma dubito che abbiano fatto vendere molti maglioni. Detto questo, io non sono contrario alla pubblicità tradizionale. Non disprezzo quello che c' è. 

I premi per esempio, anche se invece di incoraggiare la lettura di libri intelligenti anche se difficili, tendono a premiare libri che hanno già successo da se stessi o che si presume possano averlo. Il motivo è semplice. I premi vogliono fare pubblicità soprattutto a loro stessi attribuendosi poi il merito del successo del libro premiato, che in realtà ci sarebbe stato comunque. Se le vendite aumentano dopo il premio, è anche perché gli editori su un libro premiato investono volentieri decine di milioni di pubblicità. Ma già il fatto di indurre gli editori a spendere in pubblicità è un merito non da poco. 

Insomma la pubblicità è sempre utile, qualunque sia la forma che adotta. 

Per esempio i saloni o le fiere del libro come questo di Torino o quelli di Francoforte, Bologna, Bordeaux, Parigi. Ma questa la definirei pubblicità di primo grado, che serve ad avvicinare ai libri un pubblico intimidito dalle librerie e che finalmente si trova a contatto diretto con questo oggetto misterioso e pericoloso, può toccarlo sfogliarlo comprarlo e portarselo a casa. Soprattutto si tratta di allontanare l'idea che, acquistato un libro, la lettura sia un dovere. 

Fruttero e Lucentini su questa linea hanno proposto di saltare le prime 40 pagine del Robinson Crusoe, io ho proposto, quando un libro è troppo lungo, di leggere solo le pagine di destra, le pagine dispari.

Chissà se questo carosello "Supercortemaggiore" è stato scritto e prodotto da Luigi Malerba.




martedì 27 dicembre 2016

Da dove vengon le idee, io non lo so (Paolo Nori)

Copio e incollo dal blog di Paolo Nori (nostra vecchia conoscenza).

Foto Mario Dondero
Se qualcuno sa da dove vengon le idee son contento per lui io non lo so, da dove vengon le idee, ho solo una vaga idea del momento, in cui vengono, per lo meno del momento in cui vengono a me, che mi vengono quasi sempre quando vado a correre, o quando vado in bicicletta, o quando mi alzo per andare a prendere una cosa, o quando sono al supermercato, o quando sono in fila in posta, cioè quando non ci penso.
Quando non mi sto sforzando per farmi venire un’idea, allora mi viene, delle volte.
C’era un regista del cinema, quello che aveva fatto Full Metal Jacket, Kubrick, si chiama, che dicon che dicesse che a lui, le idee, gli venivano quando andava in bagno a pisciare, che è la stessa cosa, mi sembra: quando smetti di pensarci.
Allora le pause, secondo me, per scrivere, sia per scriver dei libri che per scriver dei film è bene prendersi delle gran pause, secondo me.


[Da Strategia della crisi, in preparazione]

Scientificamente ineccepibile.

venerdì 7 ottobre 2016

La pubblicità secondo Gino Pesavento

la ragazza che portava fortuna gino pesavento
Un'idea dell'Agenzia Pic!
L’incomprensione del volgo è sempre stato il lotto degli artisti.
I vicini dell’Agenzia Pic quella mattina sentirono l’urlo straziante d’una sirena da nebbia e si chiesero stupefatti come potesse un piroscafo navigare al quinto piano d’una casa. Oltretutto non c’era nebbia. Si trattava invece di Tortuga intento ad esprimere il suo giudizio sull’annuncio da me preparato per il giornale.
Di fronte ad un cervello scattante come il cemento precompresso, dovetti evidentemente cedere e rinunciare ad alcuni tra i più bei fiori che mai la pubblicità abbia prodotto sia da questa parte che dall’altra dell’Atlantico o anche in mezzo.
Purtroppo in quell’appartamento di quinto piano, affitto arretrato, Tortuga l’unico portafogli esistente teneva. E continuava a gridare che la mia idea, già nata focomelica, bastonata ora a sangue dal mio stile letterario, lo avrebbe ridotto a suonare la zampogna per le strade entro il prossimo natale, accompagnato magari da una pecora.
Dopo una decina di modifiche proposi questo attacco: 

“Si può essere fortunati per gli altri?”
“Chi capisce?” aveva bramito il mastodonte. “Allora proviamo questo: “A gente moderna portafortuna moderno?”
“Buugnaregheghhem…”

“Esistono le persone fortunate? Certamente! Tutti ne abbiamo conosciute. Ma esistono anche persone che hanno il potere di portar fortuna a coloro che stanno loro vicine.”

“Una di queste persone-che è inoltre una giovane e bella donna- può essere a vostra disposizione. Ella ha già portato fortuna in molti casi straordinari. Documentazione a disposizione. L’Agenzia Pic vi propone di provare MISS MISTERO, il suo straordinario portafortuna umano! Viene concesso solo a referenziatissimi, eccetera, eccetera.”


“Sapete chi leggerà subito il vostro aborto?”
“Chi?”
“La polizia! Incitamento alla prostituzione! Tratta delle bianche! Balletti verdi, rosa e pistacchio, Casanova, Caligolissimo, Sardanapalone!”
“State calmo! Mal che vada diremo che si tratta di una trovata per richiamare l’attenzione sulla nostra agenzia.”
“Prevedo sciagure e pignoramenti. Non credo proprio di dover andare avanti.”
“Così come son messe le cose in agenzia, potete andare avanti?”
“Oh no!”
“E allora tentate questa! Bruciate le ultime cartucce. Forse sono quelle della vittoria!”


La ragazza che portava fortuna
, Gino Pesavento, Bietti, 1973.

mercoledì 20 luglio 2016

Gli occhi di Cécile, di Oriana Guarino (un libro per l'estate e anche dopo)

Già nel 2012 avevo ospitato la “profe”, scrittrice e filosofa, Oriana Guarino. Oggi ho il piacere di segnalarne il nuovo romanzo: Gli occhi di Cécile, pubblicato da Robin Edizioni (disponibile sia in carta sia in ebook).

Il romanzo, in effetti, non è un romanzo. Cioè non si sviluppa come una storia, con un plot e degli accadimenti legati e conseguenti. Sono, piuttosto, dei racconti divisi in tre periodi della vita di Cécile: l’orfanotrofio, la vita da ragazza e quella di donna.

Pur in assenza di trama, la narrazione è fluida e convincente. E si sente il fil rouge emotivo che la percorre e la unisce indissolubilmente: lo sguardo di Cécile.

Uno sguardo che sempre cerca il senso nelle cose, nei comportamenti, nei rituali religiosi e laici. Un’ingenua ostinata aspettativa che non s’infrange contro i muri di un orfanotrofio né di fronte alle delusioni dell’amore o alle fruste abitudini dell’esistenza adulta.

Non comune la sensibilità che Oriana Guarino mostra nella prima parte del libro, il periodo trascorso in orfanotrofio. Qui Cécile monologa con Spezzi, la sua matitina bambola: ad essa la bimba racconta ciò che gli occhi vedono e interpretano: cose belle e brutte, persone positive e umanità indegna.

E racconta anche la contentezza per la scoperta di nuove parole. Parole che arricchiscono il vocabolario e la sua identità, conquiste che infondono fiducia, forza, fantasia.

Notevoli anche l’equilibrio e capacità di variare i toni a mano a mano che la piccola Cécile diventa grande e affronta altri ambienti e relazioni umane e sentimentali.

Gli occhi di Cécile sanno guardare il mondo, sopportarlo con leggerezza e scovare un briciolo di bellezza dovunque, anche attraverso il dono dell’ironia.

Un piccolo libro, bello.